lunedì 26 gennaio 2026

da Tempi di Fraternità di dicembre 2025

Elogio della follia

a cura di Gianfranco Monaca

…una segnalazione libraria…


Gael Giraud: Credo si possa dire che noi europei, noi occidentali, ereditiamo una specie di antropologia di cui l’Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci è il simbolo. Ha le braccia e le gambe divaricate all’interno di un quadrato inserito in un cerchio… il simbolo dell’umanità dal Rinascimento in poi. E’ una figura maschile, quelle femminili sono assenti. E’ un uomo bianco, non ci sono le altre etnie. E’ in una solitudine metafisica totale, la natura è assente. E’ armato della geometria per dominare il mondo. Non ci sono bambini, né anziani, né malati. E’ il fantasma che abita le nostre coscienze da quattro secoli, e vuole che la natura sia una specie di oggetto inerte a disposizione dell'umanità.

…Dunque la trasformazione radicale che bisogna operare è passare dall'antropologia dell'uomo di Vitruvio a un’antropologia relazionale, a una cosmologia relazionale della quale la relazione sia costitutiva. Due soggetti qualsiasi si determinano in base alla relazione… Si pensi… alla relazione con la natura e alla relazione ancestrale tra il passato e il futuro. Quando le neghiamo, gettiamo nell'abisso l’umanità. Allora  la crisi dell'ecologia diventa la crisi della democrazia, e così bisogna occuparsi di ricostituire fra gli uomini e con la natura…

Carlo Petrini: Siamo vittime di una logica antropocentrica. Per superarla occorre recuperare la spiritualità. Lo dico da agnostico. Il mondo laico ha compiuto un errore storico abbandonando il tema nelle mani dei soli credenti, quasi che la spiritualità fosse un ambito esclusivo della religiosità… 

Papa Francesco: i giovani… scelgono di consumare meno e di vivere di più le relazioni interpersonali… seguendo regole strette di rispetto ambientale e sociale… Il Pil si è affermato come unico parametro per giudicare la salute dell’economia di una nazione… e il punto di riferimento è rappresentato dall’industria delle armi…

Gael Giraud - Carlo Petrini

(Da Il gusto di cambiare  pagg. 146-147)

Prefazione di papa Francesco

Libreria Editrice Vaticana


da QualeVita di dicembre 2025

Usare la fame come arma

di Aldo Morrone

(Già primario all’Ospedale San Gallicano di Roma. Molto impegnato nella cura dei più poveri)


Morire di fame prima ancora di nascere: il grembo materno, che dovrebbe proteggere e nutrire, diventa luogo di privazione e sofferenza.

La denutrizione materna in gravidanza rappresenta una delle forme più drammatiche di ingiustizia biologica e sociale. E’ una ferita ignobile, silenziosa e letale.

Quando una donna non dispone del necessario apporto calorico e proteico, il feto cresce in condizioni di deprivazione estrema, andando incontro a ritardo di crescita intrauterina, basso peso alla nascita, danni fisici e cognitivi permanenti, in altre parole viene ucciso il suo futuro.

In termini clinici parliamo di malnutrizione materna e fetale; in termini umani, non possiamo non riconoscere che alcuni bambini "muoiono di fame prima ancora di nascere”. 

Ma non dobbiamo confondere la fame con la malnutrizione. Si può essere malnutriti senza avere fame. La fame non distrugge solo la vita delle persone, ma anche la loro dignità.

Questa realtà, che ho toccato troppo spesso con mano in diversi Paesi, è un dato clinico e un grido di giustizia assordante: nessuna madre e nessun figlio dovrebbero essere condannati alla fame come destino biologico.

Conosco bene cosa accade nel corpo di una donna in gravidanza che non ha cibo a sufficienza. I primi segni sono quasi inapparenti: stanchezza, cefalea, la pelle è disidratata, il volto invecchia precocemente, mentre il feto cerca di consumare tutta la placenta che trova. Nel sangue i globuli rossi e l'emoglobina si abbassano violentemente. A volte neanche una trasfusione riesce a impedire la morte materna e perinatale.

Se poi le si impedisce l'accesso alle cure, uccidendo medici, infermieri e bombardando ospedali, vuol dire che quella donna e quel bambino in grembo non sono morti per una malattia, ma sono stati assassinati.

Usare la fame come arma significa trasformare pane e acqua in proiettili invisibili.

Quello che accade a Gaza, in Sudan e in Tigray è una carestia “artificiale”, “indotta”, voluta dai “signori della guerra” che utilizzano la fame come arma di annientamento e rappresenta uno degli esempi più crudeli e drammatici.

A Gaza quasi il 25% della popolazione affronta condizione di fame estrema; nei primi 7 mesi del 2025 ci sono stati almeno 89 decessi attribuiti a malnutrizione o fame; solo ad agosto 2025 altri 138 decessi per fame, tra cui 25 bambini.


da QualeVita di dicembre 2025

A Taranto, sulle orme di Martin Luther King

di Alessandro Marescotti

(…insegnante)


Il 28 agosto 1963 Martin Luther King pronunciò il suo più famoso discorso: “I have a dream”, (Ho un sogno). Ispirò un’intera generazione che scoprì l'uguaglianza come straordinario motore del cambiamento, il cambiamento per difendere diritti e libertà.

Oggi la sua lotta continua ancora a ispirare chi condivide il sogno di cambiamento. Generazioni di attiviste e attivisti che - sottolinea oggi Amnesty International - non si piegano davanti ai "eh, ma non serve a niente".

Persone che non smettono di lottare per il principio di uguaglianza.

Anche noi a Taranto, che non siamo considerati uguali agli altri, conosciamo le ferite della discriminazione: troppi decisori politici hanno alimentato una sterminata normativa per neutralizzare la stessa magistratura che era venuta in nostro soccorso. Tutto questo ricorda quelle leggi che negli Stati Uniti riservavano ai neri un trattamento differente rispetto ai bianchi. Il razzismo era basato su leggi che scavalcavano il principio di uguaglianza. Noi che lottiamo contro il “razzismo ambientale”, noi siamo in un qualche modo figli di Martin Luther King e del suo “I have a dream”.

Lottiamo per un mondo in cui Nord e Sud siano uguali e donne, uomini, bambini possono vivere felici, senza la terribile lotteria del cancro che ogni giorno a Taranto colpisce fra le due e tre  persone. Noi abbiamo un sogno, ed è quello di liberarci da una paura che invece il potere politico continua imperterrito a proiettare sul nostro futuro e purtroppo anche sul nostro presente.

Oggi ribadiamo: “I have a dream”.

Al tempo di Martin Luther King c’era chi riteneva normale ciò che era abominevole. E lo accettava. Attenzione: è questa accettazione fatalista e rassegnata la vera sciagura dell’umanità. Finché un giorno le persone si mettono in marcia e scoprono di avere un sogno: vivere felici, esigere l’uguaglianza.

Oggi ricordiamo Martin Luther King, nostro maestro nella lotta nonviolenta per l’uguaglianza e anche per la giustizia ambientale. 


da QualeVita di dicembre 2025

Continuiamo il cammino di chi ha perso la vita per difendere la nostra

di Silvia Salis (Sindaca di Genova)


La sindaca di Genova, Silvia Salis, è andata a Sant’Anna di Stazzema, ha abbracciato Adelmo Cervi e ha tenuto una straordinaria orazione civile per l'81º anniversario (12/08/1944) di uno dei più feroci eccidi nazifascisti di sempre.


“Mi chiamo Silvia. Sono una cittadina della Repubblica italiana. Sono figlia di Genova, una città che ha dato la vita per la Resistenza, che si è liberata da sola dalla follia nazifascista, una città medaglia d'oro per la Resistenza. Come lo è anche Stazzema.

Sono qui, in questo luogo sacro, non per ricordare. Sono qui per non dimenticare. 

Non è la stessa cosa. 

Ricordare è un'azione che appartiene alla mente.

Non dimenticare appartiene anche al cuore.

E oggi con il cuore, anche se non ce ne accorgiamo, facciamo rumore.

Voglio che questo rumore si senta fino a valle. Perché siamo qui per scegliere.

Scegliere da che parte stare.

Perché ogni volta che si onora la strage di Sant'Anna di Stazzema, non si compie un gesto formale.

Si prende posizione. 

Si guarda in faccia la Storia, e le si dice: “Io non dimentico. Io resisto. Io continuo il cammino di chi è stato strappato alla vita, per difendere la nostra”.

La memoria della Resistenza è la nostra memoria, è la memoria di chi ha lottato per sconfiggere il fascismo e il nazismo.

(…)

La Resistenza non è un capitolo chiuso… la Resistenza è un muscolo. E noi oggi lo alleniamo ancora.

Dicono: “La politica oggi non è più quella di una volta. Mancano le ideologie”.

Io dico invece che le ideologie ci sono eccome. E aggiungo, per fortuna. Io non mi sento uguale a chi, ancora oggi, minimizza la Storia. Io non mi sento uguale a loro, è una questione di ideologia? Forse, ma soprattutto è una questione di umanità.

Qui non c'è stato il domani. Perché gli orchi hanno chiuso la porta del tempo a 560 esseri umani.

Qualcuno dirà che "però era tempo di guerra”. Ma la guerra non giustifica l’orrore.

La guerra sfila la maschera a chi ha già scelto di non essere umano.

Ogni tempo ha il suo modo di diffondere l'apparente verità. Un tempo c'erano i balconi e  le piazze.

Oggi i sondaggi, i post, gli hashtag, le frasi populiste urlate nei talk show, magari senza neanche un contraddittorio.

Il fascismo non ha paura dei fucili, ha paura della cultura. Ha paura dei libri.

(…)

Viva Sant’Anna! Viva la Resistenza!”


LA VITA CI PARLA DI TE


O Dio, tutto ciò che esiste

è relazione, sta in relazione.

La fede mi fa gustare e scoprire

con meraviglia l'eco dei Tuoi passi,

il fruscio della Tua presenza.

Fa' che io sia attento alla Tua voce,

ai Tuoi passi e ai Tuoi segni.

Guarisci la mia disattenzione

perché Tu Ti fai presente là

dove io non Ti aspetto,

nelle gioie, come nelle lacrime,

nelle lotte come negli affanni,

nel silenzio e nella preghiera
come nel dubbio e nell'incertezza.

Invisibile, ma sempre sempre presente.

Tu, o Signore, Dio Amore

e Dio dell'amore,

sei il Dio che ci cerca,

che vuole intessere un dialogo con noi,
che vuole vivere in relazione

con tutte le Sue creature...

Ma spesso noi, anziché cercarTi

nella realtà di ogni giorno, nel silenzio,

nella preghiera, fuggiamo da Te.

E Tu Ti rimetti a cercarci senza posa.

 

da Franco Barbero “PREGHIERE D’OGNI GIORNO”, pag 134

domenica 25 gennaio 2026

da Tempi di Fraternità di dicembre 2025

Cristiani con passione

di Luigi Berzano


Parlando ai discepoli Gesù diceva: <<Sono venuto a portare fuoco sulla terra e quanto vorrei che divampasse! (…) Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, piuttosto la divisione. D'ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi  tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera>> (Lc 12, 49-54).


Al mondo cristiano e alle sue storiche Chiese, apparentemente stanche e disilluse, Gesù dice che lui è fuoco e vita, passione e desiderio, avventure e bellezza, cioè rivoluzione.

Senza grandi passioni è anche l'epoca contemporanea: monotona, uniforme nei suoi stili di vita: dal cibo preconfezionato, al vestito in serie, all'omologazione dell'identità e anche alle risposte di catechismo che per tutti risolvono in modo uguale i quesiti sul mistero dell’esistenza. Tutto dispensa dal pensare e dal creare in  proprio.

Questa pagina evangelica e il suo invito a far divampare il fuoco è così sorprendente che ci fa dimenticare anche l'uso disinvolto della matematica di Gesù: duelli in famiglia con cinque persone, due più due che fanno cinque. L'annotazione dei tre contro due si trova solo in Luca e non in Matteo (10,34-36). Non compare nemmeno nel libro di Michea dove si parla del <<figlio che offende il padre, della figlia che insorge contro la madre, della nuora contro la suocera e i nemici d’ognuno sono la sua gente di casa>> (Michea 7,6).

Quale il senso di questo messaggio evangelico che divide le famiglie umane in gruppi antagonisti, che cementa gli odi e distrugge gli amori? Qui, a Gesù non piace la legge più della matematica e nemmeno la tregua più dello scontro. O forse, Gesù pensava alla Palestina moderna dove, a volte, la differenza religiosa è  meno tollerata del fanatismo, la coppia mista è maledetta e il soldato di Dio è benedetto?

Il mondo cristiano della modernità avanzata conosce solo più l'epoca della cancellazione con la fine di molte forme storiche negli stili di vita, nella liturgia, nella stessa teologia? Per alcuni questa è la crisi del Cristianesimo, tanto da chiedersi: che farsene?

Eppure il cristianesimo, non quale identità storica ma per la fecondità del messaggio evangelico è ancora essenziale al mondo. Cresce il numero di quanti, atei e senza passare per la precondizione della fede, sono affascinati dal messaggio evangelico e lo considerano una "risorsa" (F. Jullien - Risorse del cristianesimo). Una risorsa per la fraternità tra le creature e per contrastare la nuova schiavitù del mercato che genera passività e uniformità in tutti gli ambiti di vita individuale e collettiva. Tutto è assoggettato al nuovo imperialismo dei consumi, del vestito in serie, del cibo preconfezionato.

Oggi la grande distribuzione induce che un uomo del Polo Nord e uno dell'Equatore trovino sulle loro tavole lo stesso prodotto che dovrebbe nutrire due viventi che abitano in luoghi dove la vita, ha esigenze molto differenti, a volte opposte. Nelle stesse forme di vita cristiana tutto si risolve in modo eguale per tutti, dispensando dal pensare dal creare il proprio cammino spirituale. La pace stessa sembra consistere nella capacità di uniformarsi in tutto gli altri. Si espandono la mercificazione delle esigenze e l'omologazione planetaria degli stili che aumentano la spersonalizzazione. Tutti sono chiamati ad essere uguali, un unico tipo di scienza, un’unica lingua, un unico modo di pensare, un unico modo di intendere lo Stato, di fare le guerre, un unico modo di vivere, di immaginare la libertà, di vestire, di mangiare. Si riduce la biodiversità su cui si fonda ogni ecosistema, compreso quello umano. Scomparirà il diverso e rimarrà solo  più un unico stile di vita esteso all'intero pianeta? 

Un tempo la cultura era l'insieme del sapere delle varie classi sociali; non veniva imposta dall'alto, ma trasmessa e insegnata da persona a persona. Oggi primeggia un processo di colonizzazione spirituale e di immaginario che, in passato, era invece l'insieme delle differenze, una delle forze dell’umanità. Questa è la <<generica cultura planetaria che vorrebbe mangiare cinese, parlare inglese, vestire italiano e pensare americano>>, come scriveva Pasolini.

L’obiettivo di questa omologazione culturale verso il basso pare che sia quello di distruggere la vera cultura, che per secoli ha accompagnato l’essere umano nel suo percorso evolutivo. Ma ad un tratto qualcosa sembra essere andato storto, e la cultura subisce un'inversione di tendenza. Non più un mezzo per crescere, per evolvere, per conoscere, ma una tecnica per omologare, per rendere gli esseri umani sempre più simili tra loro. Nasce "la massa” e, insieme ad essa, la pseudocultura di massa. Quel momento storico in cui qualcosa è andato "storto" coincide, probabilmente, con la rivoluzione industriale, per poi ampliarsi ulteriormente con l'arrivo dei mass-media e, infine, espandersi definitivamente con l'avvento di Internet. 

In questo mondo di passività il giovane rabbi della Galilea Gesù, divenuto nella fede il Cristo cosmico, rimane il grande <<segno di contraddizione>>, come scrive il Vangelo di Luca (2,34). Non c’è dubbio che lo Spirito di Gesù vibri ancora dentro tanti fenomeni, nuovi gruppi e movimenti, oppure vibri nelle iniziative dei cristiani quali quella dei quaccheri di Green Peace che disturbano la tranquilla escalation degli esperimenti nucleari. C’è un ordine e una pace che non è la vera pace e per questo Gesù porta il fuoco. Gesù divide anche da Gesù, se lo si intende come un Gesù di comodo, a cui facciamo ricorso per essere garantiti per grazia di ciò che invece dobbiamo ottenere tramite lo sforzo personale. Sì, perché ci sono momenti in cui la grazia è appunto il proprio sforzo; come in altri momenti il vero sforzo personale è affidarsi alla grazia.

Gesù dice ancora: <<E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?>>. Nessuno ha una fede vera finché il Gesù cui fa riferimento è un Gesù per sentito dire da altri, fosse pure il Magistero ufficiale. Il cristiano che per dare credibilità alle sue opinioni deve ripetutamente citare quello che dice il Papa, o fosse anche la Bibbia, ma non sa dar ragione della sua speranza con sue parole e non è testimone di quanto crede. Gesù ripete: <<Giudica da te stesso>>.

Per giudicare da se stessi occorre aver reciso tutte le corde che ci tirano di qua o di là. Bisogna essere veramente liberi e non esiste altra via al mondo per riconoscere Gesù come Salvatore, se non attraverso la testimonianza della propria coscienza.



da “Un giorno una preghiera” (Claudiana ed.)


Vieni Gesù, nell'umiltà delle fasce e non nella grandezza, nella mangiatoia e non sulle nubi del cielo, tra le braccia di tua madre e non sul trono della maestà, sull'asina e non sui cherubini. Vieni verso di noi e non contro di noi, per salvare e non per giudicare, per visitare nella pace e non per condannare nell’ira. Se vieni così, Gesù, invece di sfuggirti, noi fuggiremo verso di te.

         Pietro di Celle


da Tempi di Fraternità di dicembre 2025

Elogio della follia 2026

di Gianfranco Monaca


Francesco Guccini accompagnerà le 10 puntate dell'Elogio della follia del prossimo anno con il suo Don Chisciotte, che non solo lotta contro i mulini a vento, ma soprattutto contro l’ingiustizia di un mondo che ha dimenticato l'importanza della virtù, dell'onore e del valore individuale. E lo stesso faranno grandi letterati e pensatori moderni. Gli illuministi sottolinearono il valore morale del libro, lodando i tratti esemplari e virtuosi del protagonista; i romantici lo lessero come un testo tragico e inventarono il mito di don Chisciotte difensore dell’ideale, esaltando la forza dell'immaginazione capace di opporsi alla grossolana realtà, incarnata da Sancho, il suo scudiero. Sulla scia dei romantici, all'inizio del 900, scrittori come Miguel de Unamuno e José Ortega y Gasset videro in don Chisciotte l'incarnazione della Spagna. … Per i lettori contemporanei, la fortuna del romanzo risiede soprattutto nell'enorme ricchezza di procedimenti narrativi, combinati assieme in modo geniale, che ne hanno fatto un modello per molti scrittori… Seguiremo soprattutto Vittorio Bodini (Bari-Roma, 1970) che è stato un ispanista, traduttore e poeta.

I mulini a vento: l'incontro/scontro con la realtà costituisce il problema che ha agitato lo spirito umano, fin da quando il genere umano si è affacciato alla storia. Ma la realtà pone il problema del limite e perciò rimanda alla nostra capacità/volontà di superarlo/superarci.

La realtà può essere una scusa, un paravento per nascondere l'urgenza di lavorare innanzitutto su noi stessi, per essere realisti. Quando la capacità autocritica - rappresentata da Sancho - collabora a riconoscere la proporzione delle cose e, nonostante ciò, permane la volontà di misurarsi con una realtà che i "normali" considerano “utopica”, “folle”, è allora che si deve parlare di genialità superiore, che sa “vedere l’invisibile”, perché la sua motivazione è di un altro ordine logico (l'amore, o la giustizia, o la pace, o la fraternità universale… ma anche l'odio, la sete di vendetta, annientamento del "nemico"): una logica che sfugge ad ogni calcolo, che viene considerata follia, positiva o negativa (amor dei usque ad contemptum sui - amor sui usque ad contemptum dei - amare il bene assoluto, fino a disprezzare se stessi - amare se stessi fino a disprezzare il bene assoluto, come avverte sant’Agostino). La coppia don Chisciotte/Sancho a questo punto, come Calderon de la Barca e Lope de Vega (e tutto il grande teatro spagnolo del XVII secolo), rappresenta lo sforzo della fantasia umana per esprimere gli eterni interrogativi dell'esistenza che la cultura biblica esprime con altre immagini.

L’apparato figurativo ci ricorda i volti spesso dimenticati o meno noti o ormai mitizzati (tutti modi per sottrarsi alla realtà) di quelli che hanno seguito l'utopia: Danilo Dolci, Rocco Scotellaro, Teilhard de Chardin, Chagall, Van Gogh…

Don Chisciotte è il coraggio della pazzia (Juan Goytisolo). E’ impresa dei cavalieri erranti, diceva don Chisciotte, <<raddrizzare i torti e andare in soccorso dei miseri>> e immagino l’hidalgo della Mancia in sella a Ronzinante che si getta lancia in resta contro gli sbirri della Santa Confraternita che procedono allo sgombero degli sfrattati, contro i corrotti dell'ingegneria finanziaria o, attraversando lo Stretto, ai piedi delle sbarre di Ceuta e Melilla da lui visti  come castelli incantati con ponti levatoi e torri merlate che soccorrono degli immigranti il cui unico delitto è il proprio istinto di vivere e l’ansia di libertà.

Sì, per l’eroe di Cervantes e per noi lettori toccati dalla grazia del suo romanzo è difficile rassegnarsi all’esistenza di un mondo afflitto da disoccupazione, corruzione, precarietà, crescenti disuguaglianze sociali ed esilio professionale dei giovani come quello in cui attualmente viviamo. Se questa è pazzia, accettiamola.

"Se tu dovessi fare un miracolo, quali sceglieresti?", una delle domande dei bimbi a Papa Francesco. "Che tutti i bambini abbiano il necessario per vivere, per mangiare, per giocare, per andare a scuola”, la risposta del Papa: “Questo è il miracolo che a me piacerebbe fare: che tutti i bambini siano felici”. "Non dobbiamo lasciare abbandonati i nonni", il monito. Poi la rivelazione: "Io sono felice perché voi siete gioiosi, avete la speranza del futuro. Continuate ad essere gioiosi”. Qualcuno lo ha accusato di eresia.


Concilium n. 5/2025 - 

Dolore e Consolazione


E’ l’ultimo numero dell’anno 2025 della rivista  di teologia Concilium. Si tratta di un numero pregevole e molto utile per chi esercita il ministero. Il dolore e la consolazione fanno parte della realtà della vita. La fede in Dio non è la cancellazione delle mille forme di dolore. Gli autori ci conducono, attraverso alcune pagine della letteratura ebraica a vedere e vivere il dolore come realtà inestirpabile del vivere, ma collocano la fede in Dio come fonte di consolazione e ulteriorità. Per questo indicano alcune vie per reggere e continuare il cammino senza mai escludere che un dolore “Può guarire” (pag. 80). Dio è forza e speranza per sopportare e superare il dolore (pag. 89).

“Vivere a favore dell’essere umano” (pag. 90-100). Gesù, il profeta di Dio, ha lottato tutta la vita per creare felicità in chi era abbandonato. E la strada che indica a noi”.

Un capitolo viene dedicato alla consolazione attraverso la mistica ignaziana (pag. 100-112).

“L’ingiustizia che grida vendetta al cielo (pag. 111-128). “E’ un’illusione eliminare, sconfiggere il dolore. Piuttosto il dolore può trovare consolazione”. “Accompagnare le vittime anche attraverso l’arte, i legami”.

“Anche in questa situazione esiste un futuro della teologia, eredità e immaginazione” (pag. 130-194).

Pagine che ho letto come sapienziali nelle quali possono concorrere le scienze e la fede e spesso “il dolore può guarire”.

Una lettura che spazia tra fede e scienza e pratiche di spiritualità e mistica ignaziana.

Buona lettura a Voi lettrici e lettori.

                                                    Franco Barbero - 22 gennaio 2026